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La mediazione interculturale entra in azienda

Nuove professioni:
gli esperti dei servizi di mediazione interculturale


Tra figure professionali che negli ultimi anni si stanno affacciando sul mercato del lavoro e che guardano con maggiore lungimiranza ai processi di trasformazione multietnica in atto nella società italiana in particolare, riscontriamo quella del mediatore interculturale od operatore dei servizi di mediazione interculturale.

Riassumiamo brevemente le caratteristiche chiave, in termini di profilo, attività, competenze e conoscenze in questa professione, sia come è stata proposta nell’offerta formativa universitaria e non, sia come si delinea nella pratica professionale sul campo.

Il mediatore interculturale è un consulente/operatore che accompagna, facilitando, la relazione tra immigrati e contesto di riferimento, collaborando con le istituzioni e le organizzazioni per elaborare strategie di integrazione, offre consulenza alle famiglie, agli individui, alle associazioni di immigrati per mediare i valori d’appartenenza della comunità straniera con quelli del paese ospitante (Italia). Ancora informa sulle legislazioni, i comportamenti, gli usi e i costumi e soprattutto cura le interazioni comunicative tra soggetti.

Tra le conoscenze distintive riscontriamo la profonda affinità con la cultura e la lingua dei paesi di provenienza degli immigrati e del paese dove opera, meglio se ha una storia personale “tra due mondi”. Nel caso dell’Italia il mediatore dovrà padroneggiare almeno due lingue (bilinguismo), più altre di uso internazionale, ossia oltre l’italiano dovrà esprimersi correntemente nella lingua parlata dai gruppi etnici più diffusi nel territorio in cui opera (ad es.:arabo, cinese, russo, spagnolo etc…). Oltre al bilinguismo saranno curate le sue conoscenze sociali, storiche e normative, nonché valoriali dei paesi da intermediare. Per quel che concerne le competenze chiave, il mediatore sarà contraddistinto dalla capacità di strutturare più livelli di mediazione in funzione degli obiettivi e degli utenti o clienti cui interagisce: passerà dalla mediazione linguistica alla mediazione interpretativo-simbolica [culturale] e valoriale delle circostanze. Non trascuriamo di accennare al bagaglio di competenze trasversali che dovrà esser proprio del consulente od operatore tra le quali annoveriamo: una spiccata comunicazione interculturale ed anche multimediale, l’espressione di tecniche e comportamenti interattivi, la conduzione di gruppi dall’identità mista, la buona facoltà di risoluzione di conflitti ed incomprensioni, l’animazione, la riservatezza, l’empatia, l’obiettività, la resistenza allo stress, la propensione alla mobilità e la disponibilità umana.

A nostro parere oltre ai requisiti personali e alla determinazione nella scelta professionale l’elemento modellante del profilo resta la formazione sul campo, infatti, solo quando il consulente avrà condiviso e vissuto determinate situazioni di disagio e incomprensione, nonché difficoltà di interpretazione delle esperienze, delle rappresentazioni sociali e dei valori tra popoli e soggettività sarà in grado di avvicinare “le rive del fiume che separano le culture”. Fondamentale anche la capacità di creazione di rapporti di fiducia e dell’avvio di processi di identificazione o proiezione delle difficoltà dell’immigrato verso il consulente; quest’ultimo si farà portatore di questi bisogni verso le istituzioni e le organizzazioni.

In specifico il consulente di mediazione interculturale si occuperà di:
  • Accoglienza e prima informazione sui servizi e sulle opportunità del territorio;
  • Analisi dei bisogni del singolo o della comunità immigrata;
  • Assistenza linguistica e interpretativa sui servizi o prodotti proposti o richiesti;
  • Consulenza normativa ai cittadini/lavoratori stranieri in azienda su aspetti contrattuali, retributivi, socio-assistenziali, previdenziali, ecc…;
  • Orientamento o affiancamento scolastico-pedagogico per i ragazzi e le famiglie;
  • Orientamento all’acquisto dei servizi o dei prodotti e cura del rapporto con il cliente post-vendita;
  • Formazione interculturale in contesti aziendali o privati o pubblici;
  • Accompagnamento sociale nei servizi ospedalieri, scolastico, giuridico penitenziario o occupazionale;
  • Traduzione e adattamento semantico delle richieste presso uffici amministrativi, gestionali, professionali di organizzazioni pubbliche o private.
Le attività sopra elencate rappresentano solo alcune possibilità di intervento, altre sono ancora in fase di sviluppo, poiché il raggio di azione è grande tanto quanto il variegato universo delle attività socio-economiche del territorio.

Il profilo dei mediatori assumerà una valenza trasversale tra gli operatori socio-relazionali del privato sociale, diventando una figura indispensabile nei diversi settori economici e dei servizi della società italiana: se sino a qualche anno fa poteva ritenersi “utile” la sua consulenza all’interno delle istituzioni pubbliche quali scuole, ospedali e tribunali (ambiti operativi che richiedono oggi una presenza ormai fissa di tale figura), ora la loro presenza diventa necessaria all’interno delle aziende, delle banche, degli studi professionali e dei servizi commerciali e di comunicazione (front-office, costumer service, agenti di vendita di prodotti e servizi), multinazionali, ma soprattutto aziende della grande distribuzione o agenzie con servizi rivolti alle persone come il caso dell’intermediazione immobiliare per ricordare un esempio.

Secondo molti l’approccio della mediazione interculturale dovrebbe essere quella degli approdi, della congiunzione, tra punti distanti ma non separati, del “ponte che unisce le sponde del fiume”; fuor di metafora si intende una raffinata traduzione metalinguistica dei valori e dei significati (approccio relazionale) che coniughi scambio e avvicinamento comunicativo ma anche umano; altri ritengono sufficiente un approccio interpretativo linguistico (approccio linguistico-semiotico) che si limiti a tradurre i vocaboli da una lingua ad un'altra, cercando di rintracciarne i significati più affini alle culture. Noi troviamo molto più suggestivo il primo approccio e in tal caso non riteniamo necessario che il mediatore della comunicazione interculturale sia straniero o autoctono (cittadino locale), l’importante che assolva con competenza il ruolo dialogico e culturale imposto dal ruolo.

Dalla nostra breve rassegna informativa sui percorsi universitari attivati, invece, emerge come l’alta formazione sia una “conditio sine qua non” per svolgere la professione di mediatore interculturale in alcuni ambienti sensibili quali scuola, famiglia, servizi del territorio, sistema ospedaliero, giuridico o penitenziario. Mentre attraverso corsi di formazione professionale qualificante in mediazione, come quelli proposti dalla regione Emilia-Romagna (nel biennio 2005-07) o la regione Piemonte e altre proposte affini, lanciate in seno alle politiche attive di qualificazione e inserimento lavorativo per persone con scarse potenzialità sul mercato del lavoro, sia possibile formare e certificare un profilo competente di mediatore interculturale che possa efficacemente inserirsi in contesti lavorativi sia pubblici sia privati.

Noi crediamo che la fase di adattamento della figura professionale alle dinamiche del mercato del lavoro possa oggi mutare in funzione della profonda presenza di immigrati nel tessuto socio-economico del centro-nord Italia. La nostra ipotesi di analisi va funzionalmente in questa direzione.

La società italiana è attraversata da un profondo e radicale processo di emancipazione della prima generazione di immigrati, questo passa per la ricongiunzione familiare, per l’aumento demografico di cittadini stranieri di seconda generazione, la scolarizzazione dei loro figli e l’accesso ai beni di cittadinanza: case, banche, assicurazione, consulenze legali, psicologiche, prodotti di consumo della classe media, servizi alla persona ecc… I dati diffusi dall’Istat e dalle ricerche del Censis sullo spettro di bisogni espressi dalla colazione migrante ci inducono a ritenere che sarà sempre più cruciale la presenza professionale e competente di mediatori culturali e linguistici per rendere sinergico il modello di sviluppo multietnico italiano.

Siti istituzionali come quelli di comuni, province, regioni e associazionismo sociale locale traboccano di progetti e servizi legati all’intercultura, i programmi di sviluppo socio-economico europeo fanno continuamente riferimento alle figure con competenze relazionali di mediazione tra culture e differente di appartenenza. In più tutti sapranno che il 2008 è stato inaugurato come anno europeo dell’ “Interculturaldialogue”. Il futuro prossimo in termini di crescita economica, demografica e opportunità di ampliamento e innovazione dei mercati appare indissolubilmente legato alle capacità di dialogare e commerciare con popoli di culture differenti dalla nostra, siano essi asiatici, magrebini, africani, europei, amerindi o caraibici. Alle imprese, alla società e alle istituzioni italiane si presenta l’opportunità di creare infrastrutture relazionali per sviluppare e fluidificare questa opportunità: l’investimento occupazionale nelle nuove professionali della mediazione culturale costituirà uno dei ritorni maggiori per la produzione e diffusione di qualsiasi tipo di servizio alla persona: dalla sanità, alla finanza passando per l'immobiliare e il legale, senza trascurare che potenzierà i servizi socio-assistenziali, psicologico ed educativo.

Alla formazione e alla selezione la sfida di creare e inserire personale altamente qualificato secondo il principio delle competenze e del saper fare.



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