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Il lavoro scompare, che fare?
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La forma del lavoro conosciuta nel XX° secolo si sta estinguendo, il processo sembra inesorabile, lento, doloroso ma oggi più che mai inevitabile; con esso spariranno le figure professionali alle quali siamo abituati da mezzo secolo. Quali prospettive per lavoratori, imprese?
"The end of employment" (1)
I quotidiani on-line annunciano: “Ecco la nuova frontiera nel fare la spesa: le cassiere-robot”. Sono centinaia le cassiere automatiche-elettroniche “assunte” nelle ultime settimane da importanti marchi come Ikea e Coop. Eppure i responsabili dei sistemi informativi della Coop assicurano che «nessuno perderà lavoro, i dipendenti saranno destinati ad altri compiti». Per dieci cassiere robot, si spendono solo 300mila euro all’anno. I conti sono presto fatti, le macchine come era ovvio costano meno degli esseri umani. in Francia, in Europa e negli Usa tutto questo è già la quotidiana normalità.
La normalità di trovarsi a lavorare o relazionarsi commercialmente e non solo con macchine, evolute, digitali, “intelligenti” anziché con persone sembra concretizzarsi passo dopo passo nelle nostre abitudini di vita.
Riportiamo alcuni esempi di vita quotidiana in cui l’interazione è esclusiva tra macchina e cittadino oppure cliente:
- Il “nostro” distributore di benzina è automatico;
- In stazione il “nostro” emettitore di biglietti è automatico;
- Il bar in azienda è una macchinetta automatica per l’erogazione di caffè;
- Ora la cassiera del nostro supermarket è o sarà ben presto un lettore automatico;
- Le “nostre” banche dalla quale preleviamo il denaro contante sono macchine automatiche;
- Il nostro conto è o sarà on-line;
- La nostra assicurazione è spesso on-line o misurata tramite sistemi elettronici (pay per use);
- La nostra guida è un navigatore satellitare;
- Il casello autostradale è o sarà automatizzato quanto prima (in Europa sono già in atto sistemi di pedaggio totalmente elettronici, vedi l’Austria);
- Paghiamo bolli e fatture on-line o tramite accredito automatico, effettuando bonifici sempre telematici;
- La pubblica amministrazione ci sta raggiungendo tramite i servizi telematici a tutti i livelli;
- La firma è spesso elettronica;
- La posta si è smaterializzata grazie all’e-mailing;
- Le conoscenze e gli incontri romantici si incrociano tramite chat-line;
- Le aziende vendono i loro prodotti tramite e-commerce.
I servizi che abbiamo elencato in breve, ai quali se ne possono aggiungere una miriade di altri, nel recente passato erano svolti da personale più o meno qualificato, ma erano persone in carne ed ossa ad assisterci negli acquisti e nei servizi: la cassiera, l’impiegato di banca, il benzinaio, il casellante, la commessa, il barista, il postino. A fronte della trasformazione in atto nel mondo del lavoro, quale ruolo professionale, dunque, quale identità sociale avranno queste persone nell’immediato futuro?
La risposta non è univoca e la domanda stessa è piena di implicazioni sociali, umane, economiche, filosofiche, giuridiche e scientifiche.
E’ indubbio che il mondo avrà sempre meno bisogno di forza lavoro. L'innovazione tecnologica sostituisce il lavoro umano con le macchine in quasi tutti i settori e i comparti dell'economia globale. I licenziamenti di “massa”, soprattutto nell’industria e nel manifatturiero ma anche nei servizi, con o senza il supporto degli ammortizzatori sociali, ai quali stiamo assistendo, sono solo la fase finale del processo di estinzione delle forme di lavoro post-fordista ereditate dal secolo breve. Non vi sarà soluzione di continuità per quegli operai o impiegati, specializzati o meno, le cui aziende ove lavoravano hanno deciso di smantellare la produzione in Italia parzialmente o definitivamente poco importa. La crisi che stiamo vivendo è una crisi non solo occupazionale e di reddito, ma in primis una crisi di trasformazione del sistema di produzione, distribuzione della ricchezza prodotta, ma soprattutto delle professioni.
La “profezia occupazionale”, di carattere scientifico in questo caso, di Jeremy Rifkin che leggevamo nella sua intervista del 1997 [Il Corriere della Sera - Lavoro - 12.dicembre.1997], quando dichiarava: «Quando parlo di "fine del lavoro" mi riferisco alla fine di un lavoro regolarizzato, con tutti i benefici e soprattutto le garanzie a cui eravamo abituati. Alcuni mestieri, poi, sono destinati a scomparire. E' toccato per primi agli agricoltori, poi agli operai. Ma anche commessi, segretarie, impiegati di banca, quadri e dirigenti di medio livello sono in via d'estinzione», è destinata ad avverarsi. Eppure dall’attenta lettura del suo libro “La fine del Lavoro” (Baldini & Castoldi, 1995) emergeva con evidenza che le prospettive occupazionali e i cambiamenti professionali ben presto si sarebbero manifestati anche da noi.
Nel suo saggio del ’95 egli preconizza ancora:
«Il mondo si polarizzerà in due forze difficilmente conciliabili. Da una parte un'élite di tecnocrati, dall'altra una massa crescente di disoccupati, per altro visibile, visto che oggi i senza lavoro sono già un miliardo. In mezzo la fetta più grossa, formata da sottoccupati e lavoratori part-time».
Concordiamo con Rifkin anche quando afferma che: lo scenario del lavoro si prospetta con un mercato nutrito da lavoratori d'élite; la Pubblica Amministrazione con sempre meno colletti bianchi; il Terzo settore con ruolo di soggetto politico; la criminalità organizzata, che in molti Paesi rappresenta ormai il più grande produttore di lavoro, come maggior datore di lavoro. Il romanzo/dossier Gomorra dello scrittore partenopeo Roberto Savino sull’intreccio voluttuoso e virtuoso tra economie, legale e criminale, con la creazione di un mercato del lavoro e un welfare ad appannaggio della camorra o delle mafie, giustificano le parole di Rifkin e non solo per la realtà campana ma mondiale.
Ecco come Rifkin ripercorre il processo storico della rivoluzione industriale in atto, secondo l’interessante saggio dello studioso americano abbiamo le seguenti 3 fasi rivoluzionarie:
- Prima delle rivoluzioni industriali, più del 90% della popolazione americana si occupava di agricoltura. Nella prima rivoluzione industriale grandi masse di lavoratori lasciano l’agricoltura per andare ad operare nelle fabbriche. Attualmente solo il 3% della popolazione si occupa di agricoltura, ma grazie alle macchine agricole, la domanda è ampiamente soddisfatta dalla copiosa produzione.
- Nella seconda rivoluzione industriale, le macchine e l’automazione prendono il posto dell’uomo nell’industria manufatturiera, e le masse di lavoratori lasciano le fabbriche per spostarsi nel terziario ed adottare il computer come strumento di lavoro.
- Ora siamo nel corso di una terza rivoluzione industriale, nella quale l’incredibile progressione della potenza di calcolo dei moderni elaboratori, pone in esubero un crescente numero di lavoratori. A seguito di questo, le masse di lavoratori che escono dal terziario, entrano a far parte del mondo della disoccupazione.
E-Work e Formazione: un altro lavoro è possibile
Il futuro professionale di qualsiasi lavoratore dipenderà dalle sue competenze, dai suoi comportamenti, ancor prima dalle sue conoscenze digitali e dalle sue capacità creative. Il passo sembra segnato come un orma preistorica al vaglio degli esperti del lavoro in tutti i campi del sapere. Infatti, sempre secondo Rifkin, che ha dimostrato discrete doti previsionali: “ad una minoranza umana molto esigua “digitalizzata” si contrappone drammaticamente, una maggioranza oceanica di esclusi dalle vecchie e nuove conoscenze su cui imperversano la fame, le malattie, le guerre del più terribile inferno mai immaginato” oltre che, nei paesi industrializzati, della disoccupazione e delle anomie sociali ad esse collegate: depressione, crisi esistenziali, drammi famigliari, suicidio, violenza domestica, alcolismo, micro criminalità, prostituzione, tossicodipendenza, e chissà quante e quali altre forme di emarginazione, solitudini e umiliazione per una situazione di ci spesso il singolo non è direttamente responsabile.
La popolazione Italiana sotto l’aspetto del Digital Divide soffre di grossi gap: generazionale, nei livelli di istruzione, nella composizione geografica sull’asse Nord-Sud, professionali, di genere, nella diffusione delle tecnologie di accesso, ed infine, proprio nell’alfabetizzazione informatica.
In sintesi l’automazione sempre più spinta e sofisticata, esalterà le facoltà umane a sfondo intellettivo e creativo, in particolare, la svalutazione del lavoro fisico e delle mansioni a contenuti ripetitivi innalzerà i valori della conoscenza e dell’inventiva. Il tempo da dedicare allo studio ed alla formazione si dilaterà a livelli dominanti.
Secondo molti osservatori e studiosi del lavoro, Il modello professionale e formativo somiglierà a quello attuale dell’astronauta che vede una percentuale altissima del tempo dedicata alla formazione per un’operatività di limitatissima durata e, spesso, solo potenziale. Conterà la performance hic et nunc del lavoratore. Nei periodi di latenza lavorativa dovrà invece coltivare e accrescere le proprie competenze sia tecniche sia trasversali, attraverso tipologie formative variegate che stimolino stili di apprendimento differenziato:
- Apprendimento Formale;
- Apprendimento Informale;
- Apprendimento Non Formale.
L’integrazione nella produzione della comunicazione e del linguaggio è la caratteristica saliente della nuova fase del sistema produttivo. Il lavoro ha oggi una componente comunicativa e linguistica preponderante, mediata appunto dalle tecnologie digitali. Ma le attività linguistiche sono caratterizzate dal fatto che spesso non producono direttamente effetti od oggetti capaci di sopravvivere all’atto linguistico: il loro prodotto coincide, per così dire, con l’attività stessa. E quindi, oggi, una parte del lavoro, pur essendo a pieno titolo "produttivo", non dà origine a un prodotto autonomo, che sopravviva alla prestazione lavorativa, ma coincide con quella prestazione: è "lavoro immateriale", linguistico, comunicativo, relazionale, affettivo. Ma anche la produzione materiale dipende sempre di più dal lavoro immateriale che vi è incorporato: lavoro immateriale che si oggettiva (per esempio nella produzione del software sempre più necessario al funzionamento delle macchine "immateriali" e materiali), e che è quindi difficile riportare pienamente alla dimensione della soggettività. Non si tratta solo della centralità della nuova industria "culturale" (cioè comunicativa: informatica, televisione, pubblicità, PR) nell’intero mondo produttivo, ma del fatto, ben più significativo, che il nuovo capitalismo è capace di valorizzare (di produrre valore economico a partire da) non più soltanto le merci materiali, ma anche e soprattutto le merci immateriali: e quindi tendenzialmente ogni interazione, ogni attività quotidiana, ogni gesto più o meno "creativo" compiuto in ogni parte del mondo è valorizzabile dal capitale. Non c’è più distinzione fra luoghi "produttivi" (la fabbrica) e luoghi improduttivi, fra tempo libero e tempo di lavoro.
Dati questi assunti operativi, l’e-worker, ovvero il lavoratore elettronico, che utilizza soprattutto capacità e competenze cognitive diviene la figura chiave nei processi di creazione, innovazione, gestione e trattamento dei dati sensibili dell’organizzazione e dei suoi prodotti o processi.
Secondo una ricerca di Work Foudation, un’organizzazione con sede nel Regno Unito, e Eurofound, l’e-worker è la figura centrale dai servizi finanziari alla comunicazione, dall’alta tecnologia alla formazione, dall’intrattenimento alla cultura. In Svezia i lavoratori della conoscenza sono il quasi il sessanta per cento del totale della forza lavoro, nel Regno Unito e in Danimarca raggiungono il 50 per cento. In Italia solo il 37 per cento e siamo superati anche da Germania (il 44 per cento) e dalla Francia (43 per cento). E proprio nell’Europa del Sud, quella in cui abitiamo noi, che il “concreto” lavoratore della conoscenza, quello in carne e ossa, risulta essere solo un sembiante sbiadito di quello che si pensa che sia.
I manager, i tecnici informatici, i professionisti o gli operatori culturali sono e-worker in Italia e in Europa ma a condizioni differenti. Ossia i cosi detti “lavoratori della conoscenza” sono in Italia e soprattutto nell’Europa del sud, un poco a sorpresa, legati agli uffici delle loro aziende: il sessantacinque per cento non può usufruire della possibilità di lavorare da casa e meno della metà di loro è soddisfatta del rapporto tra impegni professionali e vita privata. E più del 55 per cento non ha opportunità di carriera e viene sottoutilizzato. Quasi altrettanti sono quelli che si lamentano perché non sono pagati abbastanza per quello che fanno. E sono soprattutto gli italiani, insieme a spagnoli e portoghesi, a lamentarsi del mismatch tra le competenze e i compiti che vengono loro assegnati.
Se si vuole che l’Europa accresca la propria competitività e raggiungo i propri obiettivi, è necessaria più attenzione e più interventi per questa risorsa strategica. Troppi paesi, in effetti, non stanno impiegando al meglio questi lavoratori. Solo facendolo, solo riconoscendo loro il ruolo strategico in innovazione, crescita, uso di nuove tecnologie, l’Europa e l’Italia in particolare potranno svolgere davvero un ruolo nell’economia della conoscenza mondiale.
Ovvio che con questa sola tipologia di professioni qualificanti sul mercato puntare agli obiettivi di piena occupazione sarà sempre più dura per il panorama occupazionale Europeo, e per l’ancor più preoccupante situazione di alcuni paesi sud europei, dove le spinte formative, innovative, creative sono occluse da sistemi socio-economici conservatori e spesso monopolistici.
E come non tornare alle parole di Rifkin: «all'interno di questa rivoluzione tecnologica vedo buone prospettive per chi lavora o intende lavorare nel settore della conoscenza (Rifkin lo chiama "Knowledge sector"). Ma i posti offerti da quest'area saranno infinitamente minori rispetto a quelli espulsi dai settori manifatturiero e dei servizi». Se ancora una volta le previsioni si concretizzeranno, l’asse delle riforme del mercato del lavoro e della formazione dovrà di per sé spostarsi su nuovi concetti delle forme di lavoro, quando non più il lavoro dovrà modellarsi su orari, sedi, strumenti, redditi e rigida divisione tra tempo vita e tempo lavoro, viceversa saranno competenze, professionalità, formazione e sapere le variabili indipendenti che guidare le attività lavorative ed organizzative.
E’ evidente la necessità di ridurre l’orario di lavoro al fine di dare lavoro a più persone possibile. Inoltre è necessaria la riconsiderazione della globalizzazione dell’economia, e la rivalutazione del terzo settore, ovvero il no-profit applicato ai servizi di utilità sociale.
I grandi problemi per la popolazione riguarderanno l’occupazione, la ridistribuzione della ricchezza, il tempo libero e la formazione. Ma i problemi elencati tranne il primo, non sembrano essere tra le priorità dell’agenda politica. Presto emergeranno e dovranno essere affrontati affrontando l’inevitabile conflitto sociale che tutte le trasformazioni portano in seno.
(1) Titolo di una delle sessioni del convegno annuale sull'occupazione giovanile svolte dalla Fondazione Marco Biagi di Modena.
(2) Secondo il pensiero del sociologo francese Émile Durkheim, l'anomia è uno stato di dissonanza cognitiva tra le aspettative normative e la realtà vissuta. Può essere di due tipi:
• acuta: segue di solito ad un improvviso cambiamento, come la morte di un parente
• cronica: dovuta ad un continuo mutamento sociale, proprio di una moderna società industriale.
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